{"id":520,"date":"2018-01-14T17:41:52","date_gmt":"2018-01-14T16:41:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.tennisonthebeat.it\/blog\/?p=520"},"modified":"2018-03-04T16:52:39","modified_gmt":"2018-03-04T15:52:39","slug":"inline-featured-image-layout-24","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tennisonthebeat.it\/blog\/inline-featured-image-layout-24\/","title":{"rendered":"Arthur Ashe, oltre la storia del tennis"},"content":{"rendered":"<p>Ci sono diversi tipi di tennisti, i fenomeni tecnici come <strong>Roger Federer<\/strong>, i lottatori come <strong>Rafa Nadal<\/strong>, coloro che hanno cambiato la storia del tennis giocato imponendo nuove strategie, come <strong>Bjorn Borg<\/strong> o <strong>John Mc Enroe<\/strong>, e poi ci sono quelli come <strong>Arthur Ashe<\/strong>. Ashe \u00e8 stato campione sportivo come molti, campione nella vita come altri, ma soprattutto <strong>campione rivoluzionario come solo Muhammad Al\u00ec ha saputo fare<\/strong>; ha lottato con la racchetta per vincere punti, gare e tornei, ma soprattutto ha combattuto con il cuore fuori dal campo per un mondo pi\u00f9 giusto, facendo la differenza .Forse la frase che pi\u00f9 lo caratterizza \u00e8<em>: \u201ci campioni sono quelli che vogliono lasciare il loro sport in condizioni migliori rispetto a quando hanno iniziato a praticarlo.\u201c<\/em>. Ha vinto 3 prove del Grande Slam, tra cui Wimbledon nel 1975, \u00e8 stato il promotore della attuale ATP, sapendo riunire tutti i giocatori Pro sotto un\u2019unica sigla, primo nero a giocare la coppa Davis per gli Stati Uniti, dove la segregazione razziale fu abolita solo nel 1968. Era solito dire che trovava curioso ricevere titoli ed onori in club dove un <strong>uomo di colore non poteva essere socio per statuto<\/strong>. Arthur Ashe, moriva nel 1993 per complicazioni dovute all\u2019AIDS, contratto dopo una trasfusione di sangue, e nascosto per lungo tempo per timore delle ripercussioni sulla sua vita privata e pubblica, visto che l\u2019opinione pubblica collegava istintivamente tale patologia al sesso deviato e alla tossicodipendenza.<\/p>\n<p>Il suo fair play contestuale alla sua ferrea determinazione si spiega bene in questo stralcio di intervista resa ad Usa Today nel pieno della sua carriera: \u201c<em>Sono cresciuto durante la segregazione e so cosa significa venire calpestati e quindi so anche come pu\u00f2 essere importante per un uomo di colore essere d\u2019esempio e comportarsi bene di fronte alle avversit\u00e0.<\/em>\u201d Oggi si parla tanto di <strong>\u201cresilienza<\/strong>\u201d, termine mutuato dall\u2019ingegneria per indicare nella trasposizione sportiva la capacit\u00e0 di far fronte alle difficolt\u00e0 insite in ogni disciplina senza al contempo perdere in motivazione: ebbene Arthur Ashe fu un esempio perfetto di resilienza. Nato da un custode di una palazzina con campi da tennis (dove ha cominciato a tirare le prime palline), nero nell\u2019America ancora discriminatoria, senza particolari doti atletiche tanto da essere scartato come giocatore di football, ha saputo ribaltare la vita a proprio favore grazie ad una capacit\u00e0 di rispondere alle avversit\u00e0 nella migliore maniera possibile. Sarebbe un coach fantastico ancora oggi in questo senso.<\/p>\n<p>Il momento pi\u00f9 alto della sua carriera fu la vittoria su Jimmy \u201cJimbo\u201d Connors nel 1975 nella finale di Wimbledon, in una sorta di battaglia che non fu solo tecnico -tattica ma anche<strong><em> filosofica<\/em><\/strong>: da una parte un nero che si stava innalzando nella scala sociale dimostrando che anche gli afroamericani potevano allo stesso momento possedere talento e fair play, dall\u2019altra uno dei pochi bianchi campioni di tennis \u201cproletari\u201d che se ne fregava delle lotte di classe ed utilizzava il \u201cpopolo\u201d che tifava o controtifava per lui ai tornei solo per raggiungere obiettivi personali. Entrambi erano motivati da spinte <strong><em>narcisistiche<\/em><\/strong>, ma solo Ashe alla fine ha messo il suo narcisismo al servizio della collettivit\u00e0, almeno quella nera, o comunque ha contribuito alla crescita culturale di un intero popolo. Connors, da parte sua, ne parleremo in un&#8217;altra puntata de \u201cLe leggende del tennis\u201d, signific\u00f2 moltissimo per tutti gli sportivi come il sottoscritto che vivevano cercando un riscatto personale pi\u00f9 che socioeconomico attraverso il tennis o altre discipline.<\/p>\n<p>Il momento pi\u00f9 difficile della vita di Arthur Ashe invece fu quando dovette dire a sua figlia Camera, di 5 anni, che suo padre aveva contratto una malattia come l\u2019AIDS che l\u2019avrebbe presto condotto alla morte: <strong>la bimba gli porse un cioccolatino avvolto in una carta argentata, come per guarirlo<\/strong><em>, \u201cfu un momento sconvolgente, in cui la dominazione del dolore fu ai massimi livelli.\u201d<\/em><\/p>\n<p>Connors e Chris Evert, l\u2019altra americana supercampionessa, rimproverarono spesso ad Ashe di non sprecarsi troppo nel tennis, di utilizzare eccessive energie al di fuori di allenamenti e campo, e tutto sommato aver vinto troppo poco rispetto alle sue possibilit\u00e0, accusandolo di essere pi\u00f9 un capopopolo che uno sportivo. Da un certo punto di vista possiamo anche concordare, visto che l\u2019obiettivo di un campione nello sport \u00e8 quello di dare il meglio di s\u00e9. Ashe, tuttavia, era anche orientato verso altri lidi di conquista, nella societ\u00e0 prima di tutto.<\/p>\n<p>Il campione afroamericano nasce <strong>a Richmond, nel sud degli Stati Uniti<\/strong>, il 10 Luglio del 1943 e c\u2019\u00e8 una frase che ripete spesso nella sua vita che recita pi\u00f9 o meno cos\u00ec <em>\u201cComincia da dove sei, usa quello che hai, e fai quello che puoi\u201d<\/em>: quando Ashe la pronuncia sta pensando a quando ha cominciato lui. In quel periodo Richmond, in Virginia, \u00e8 una delle capitali della segregazione razziale, i neri non possono utilizzare i bagni dei bianchi, non possono prendere lo stesso autobus, figuriamoci se possono giocare assieme a tennis. Il caso per\u00f2 mette lo zampino in questa storia che influir\u00e0 a cambiare per sempre la societ\u00e0 americana e fa s\u00ec che il pap\u00e0 del giovane Arthur sia il custode di un parco con abitazioni per soli neri che ha anche dei campi da tennis e che tiri su da solo i propri figli facendo il massimo affinch\u00e8 possiedano valori umani importanti. Da solo, perch\u00e9 sua moglie, la mamma di Arthur, muore a soli 27 anni, lasciando un vuoto nel ragazzo e in suo fratello Johnny. <strong>Arthur Ashe dichiarer\u00e0 molte volte quanto sia stato importante e decisivo suo pap\u00e0 nella crescita:<\/strong> <em>\u201cera fermo, deciso, voleva fortemente che noi diventassimo educati, era ci\u00f2 che gli importava di pi\u00f9\u201d<\/em>, cos\u00ec disse in una intervista il campione nero parlando di suo padre.<\/p>\n<p>Arthur era piccolino, magro, indossava gli occhiali, e suo pap\u00e0 era all\u2019inizio preoccupato, perch\u00e9 gli sport tradizionali associati ai neri d\u2019America, cio\u00e8 football e basket, non sembravano proprio adatti al fisico di suo figlio; cos\u00ec pens\u00f2 di avviarlo allo sport del tennis utilizzando quei campi proprio vicino casa. A notarlo fu un coach che si occupava di afroamericani, il dott. <strong>Robert Walter Johnson<\/strong> che aveva gi\u00e0 portato al successo e alla vittoria in uno Slam, un\u2019altra atleta di colore, <strong>Althea Gibson<\/strong>. Sotto la guida di Johnson, <strong>Arthur diventa a 12 anni il miglior tennista di Richmond<\/strong>, ma non pu\u00f2 provarlo a nessuno, nemmeno a s\u00e9 stesso, perch\u00e9 a causa della segregazione razziale i neri non possono misurarsi con i bianchi, e gli viene impedito di giocare persino in tornei amatoriali. In quel momento per lui fu una ferita profonda, che ricorda cos\u00ec: \u201c<em>mi fu negato il permesso di entrare nel circolo a Byrd Park di Richmond, dove c\u2019erano campi solo per bianchi. Quando arrivai l\u00ec volevo giocare, insistetti, il direttore del torneo Sam Woods si dichiar\u00f2 dispiaciuto ma la legge era la legge, e i neri non potevano entrare per giocare. Fu una delusione tremenda.\u201d<\/em> Questo per\u00f2 non segn\u00f2 la fine della sua carriera, ma l\u2019inizio, come sostiene lui stesso. <strong>Qui esce fuori la proverbiale resilienza di Ashe: non solo dovr\u00e0 combattere per sconfiggere i suoi avversari sul campo, ma dovr\u00e0 lottare ancor pi\u00f9 duramente solo per potersi conquistare il diritto di competere<\/strong>. Cos\u00ec parla prima di morire di quell\u2019episodio: \u201c<em>Credo che in maniera silenziosa ma efficace l\u2019episodio mi incoraggi\u00f2 ad avere un atteggiamento di sfida positiva, della serie \u201cvi far\u00f2 vedere chi sono io\u201d. Ci veniva detto e fatto capire continuamente che avremmo dovuto fare sempre molto pi\u00f9 dei bianchi per avere rispetto. Forse, perch\u00e9 non era neanche matematico.\u201d<\/em> Negli anni 50 in Virginia, ogni ragazzino nero sapeva che non avrebbe mai dovuto rispondere alle provocazioni dei bianchi, avrebbe dovuto sempre abbassare lo sguardo, altrimenti le conseguenze sarebbero state terribili. Per Arthur sono anni duri, pieni di rifiuti, di dignit\u00e0 negata, pochissime soddisfazioni, un senso di ingiustizia che rovina anche le piccole gioie della vita quotidiana. Cos\u00ec impara a sfogare la frustrazione incanalando energie positive nei match che riesce a giocare, sente che la sua racchetta pu\u00f2 diventare un\u2019arma attraverso la quale cambiare la storia del tennis e non solo.<\/p>\n<p>Quando il suo Coach Johnson si accorge che ci sono troppo poche possibilit\u00e0 a Richmond per il suo pupillo, manda <strong>Arthur a studiare a St Luis, nel Missouri<\/strong>, per potersi confrontare con tennisti del suo livello. La scelta \u00e8 coraggiosa, il giovanotto deve lasciare la famiglia. Si mette comunque tanto in luce che l\u2019UCLA, l\u2019Universit\u00e0 della California, gli offre una borsa di studio: Arthur si diploma a 20 anni con il massimo dei voti, si trasferisce a Los Angeles e realizza <strong>il suo primo sogno nel 1963, la convocazione nella squadra Statunitense di Coppa Davis. <\/strong>E\u2019 il primo afroamericano nella storia ad ottenere questo risultato.<\/p>\n<p>Sono questi anni molto intensi, il campione nero, pur allenandosi in maniera assidua, si laurea in economia nel 1966, quando per\u00f2 a causa della guerra in Vietnam viene richiamato alle armi: poteva significare la fine della carriera, ma suo fratello Johnny gli viene in aiuto e cos\u00ec dichiar\u00f2 in seguito: <em>\u201cFui ispirato da Dio forse, un giorno senza mai averlo pensato prima dissi a mio padre che non volevo che Arthur partisse per il Vietnam, sarei restato io laggi\u00f9 al suo posto.<\/em>\u201d. In quel periodo infatti si andava in Vietnam un fratello alla volta, visti i rischi che la permanenza in Asia comportava, e Johnny decise di fare anche il turno di suo fratello per non arrestargli la carriera tennistica. Arthur non dimenticher\u00e0 mai quel generoso gesto.<\/p>\n<p><strong>Il sacrificio di suo fratello produce ottimi frutti per Arthur Ashe che nel 1968 vince gli Open Maschili degli Stati Uniti, primo uomo nero a vincere una prova del grande Slam, anche se ancora da dilettante, quindi senza premio in denaro. Ottiene comunque il primo posto nella classifica mondiale dei tennisti di quell\u2019anno. <\/strong><\/p>\n<p>Tutto sembra filare liscio quando nel 1969 l\u2019ennesimo episodio di razzismo scuote l\u2019atleta afroamericano: tutti i tennisti fanno richiesta del visto a Johannesburg per accedere agli open del Sudafrica, e lo stesso fa Arthur al quale per\u00f2 viene negato. Una chiacchierata col suo collega sudafricano Cliff Drysdale chiarisce ad Ashe cosa significhi realmente la parola <strong>\u201capartheid\u201d<\/strong>, cos\u00ec la ricorda in una intervista il nostro campione: <em>\u201cEro a Wimbledon per il torneo londinese quando Cliff Drysdale mi disse che se avessi voluto giocare in Sudafrica non avrei potuto perch\u00e9 neri e bianchi certo non potevano giocare insieme, e mi torn\u00f2 in mente quello che mi era successo quando avevo 12 anni. Non potevo permettere che succedesse di nuovo.\u201d<\/em><\/p>\n<p>Cos\u00ec l\u2019attenzione di Ashe si sposta dal Sud degli Usa al Sud dell\u2019Africa, anche perch\u00e9 comincia a sostenere l\u2019embargo sportivo nei confronti del governo di Pretoria e la causa anti-apartheid diventa una delle sue battaglie, forse la pi\u00f9 accesa. Le sue vittorie sembrano tutte proiettate verso una denuncia ed una condanna del governo sudafricano reo di proseguire nella condotta palesemente razzista: <strong>il suo successo nello Slam dell\u2019Australian Open nel 1970 lo innalza ormai a campione affermato e influente anche a livello sociale<\/strong>. Il rifiuto ostinato del Sudafrica a concedergli il visto diventa sempre pi\u00f9 stridente con la coscienza collettiva mondiale che tende, anche se a piccoli passi e a diverse velocit\u00e0, ad un mondo senza discriminazioni di razza. E tra i promotori di questa coscienza collettiva c\u2019\u00e8 proprio lui, Arthur Ashe: <em>\u201c Per me era importante essere d\u2019esempio. Far vedere come e quanto i neri potessero ottenere nella vita. Si poteva ottenere il successo, la stima del prossimo, si poteva vincere o anche perdere coi bianchi sempre a testa alta. E si poteva essere felici, come recita la costituzione americana. Felici, anche da neri.\u201d<\/em><\/p>\n<p>Dopo tante lotte, finalmente, il via libera per il Sudafrica arriva nel 1973, quando ad Arthur Ashe ed ad altri atleti di colore fu concesso di calpestare i campi di Johannesburg: <strong>viene per questo pedinato e spiato dai servizi segreti di mezzo mondo, impauriti dalla crescita della sua potenza comunicativa<\/strong>. Gli stessi fratelli neri gli rimproverano il suo cercare una mediazione col governo sudafricano e con i nemici della lotta comune. Non \u00e8 un momento facile, nonostante le continue vittorie sia a livello sportivo che politico. Anni dopo i fatti daranno ragione al nostro campione, nel 1990 quando fu liberato dal carcere, lo stesso <strong>Nelson Mandela<\/strong>, colui che pi\u00f9 di tutti lott\u00f2 per la liberazione fisica, sociale e culturale dei neri, and\u00f2 a cercare il tennista afroamericano per ringraziarlo e salutarlo visto che era anche un suo tifoso. Mandela, al quale certo non mancava la capacit\u00e0 di giudizio, aveva ben chiaro il concetto che un campione colored, cos\u00ec come era successo con il campione di pugilato Muhammad Al\u00ec, avesse la possibilit\u00e0 di diventare un volano per l\u2019intera galassia del \u201cpotere nero\u201d. Oltretutto Arthur Ashe rappresentava, per tipologia di sport e per caratteristiche caratteriali, la perfetta incarnazione sportiva delle lotte fatte da Mandela stesso, che inneggiava alla non violenza e amava gli spiriti liberi ma evoluti culturalmente. Il linguaggio comunicativo di Arthur Ashe, che rispecchiava la sua cultura, era profondamente diverso da quello di Al\u00ec, pi\u00f9 \u201ctrash\u201d se vogliamo, maggiormente indirizzato alla pancia del pubblico pi\u00f9 che alla razionalit\u00e0. Entrambi hanno avuto importanza storica fondamentale, sia il pugile che il tennista, ma pur non avendolo mai dichiarato siamo certi che Mandela propendesse per lo stile di Ashe sebbene adorasse la boxe e amasse incondizionatamente, anche per quello che ha significato, il grande Muhammad Al\u00ec.<\/p>\n<p>Ma che giocatore era Arthur Ashe? <strong>Gianni Clerici lo definisce veloce, un po\u2019 leggerino ma capace di giocate taglienti e soffici allo stesso momento.<\/strong> Faceva serve and volley praticamente ad ogni quindici di servizio, il suo gioco a rete era eccellente da entrambi i lati, il suo servizio non potentissimo ma sapeva mettere la palla dove voleva. Il suo back di rovescio \u00e8 ancora una goduria da vedere, e anche da imitare: pochi professionisti oggi possiedono quell\u2019arma cos\u00ec devastante, in alcuni frangenti, del back di rovescio, e se Arthur fosse ancora vivo potrebbe essere il miglior insegnante del mondo in questo senso. Certo non \u00e8 possibile fare paragoni tra il tennis di allora e quello di oggi, completamente differenti sotto ogni aspetto. C\u2019\u00e8 da dire che con i materiali odierni, l\u2019applicazione di allenamenti mirati, con una preparazione di ogni aspetto del tennista, \u00e8 facile pensare che i campioni di quell\u2019epoca, o lo stesso Ashe tutt\u2019oggi sarebbero tra i pi\u00f9 forti del mondo.<\/p>\n<p><strong>Il 5 Giugno 1975 la notoriet\u00e0 di Arthur Ashe giunge al suo culmine<\/strong>. <strong>Quel giorno in cui nella finale di Wimbledon, nel tempio del tennis, si affrontano Jimmy Connors, 23 anni, detentore del titolo e numero 1 del mondo, e un afroamericano, un lungagnone nero, elegante ma silenzioso, decisamente il contrario dell\u2019esuberante avversario: Arthur Ashe, di ben 10 anni pi\u00f9 vecchio<\/strong>. Ashe \u00e8 pagato 7 volte la posta dai bookmaker londinesi, non \u00e8 certo il favorito. Racconta Gianni Clerici che poche settimane prima aveva incontrato Arthur che gli aveva dichiarato: <em>\u201dAdesso che viaggiamo come una troupe di cani ammaestrati, venti volte il giro del mondo in un anno, \u00e8 una cosa incredibile ritornare per 15 giorni in un luogo in cui tutto funziona con amore. Darei un anno di vita, magari una mano, pur di farcela. E&#8217; un posto incredibile, un posto dove tutti dovremmo vestirci puliti, di bianco, se gi\u00e0 non ci fosse quella regola<\/em>.\u201d Tra i due non c\u2019\u00e8 molto feeling, Connors \u00e8 conosciuto per le sue \u201cscorrettezze\u201d, le antipatie, gli insulti, parecchie espressioni colorite, \u00e8 un giocatore spettacolare, capace di esaltare le folle per una grandissima capacit\u00e0 difensiva, \u00e8 forse uno dei pi\u00f9 grandi fighters della storia del tennis; <strong>Ashe sembra esattamente il contrario, \u00e8 sempre serio, controllato, e se molta della sua compostezza in campo \u00e8 dovuta al suo carattere e alla sua indole riflessiva, una fondamentale importanza ha rivestito il suo essere nero, avendo dovuto imparare a non prestare il fianco a facili accuse per i soliti pregiudizi razziali<\/strong>. Paradossale \u00e8 che le classi sociali basse facessero il tifo per Jimbo, mentre la borghesia intellettuale e progressista americana parteggiasse per Ashe. L\u2019afroamericano spiega bene il suo atteggiamento in una intervista prima di un incontro importante: <em>\u201cSe io, nero, dovessi perdere la pazienza, sbraitare, manifestare emozioni in maniera evidente, presterei il fianco a battute tipo \u201cecco il solito negro\u201d, i soliti pregiudizi, come se tutti i neri si comportassero allo stesso modo.\u201d<\/em> Fin da piccolo \u00e8 stato abituato a non cercare guai con i bianchi e con nessun altro: <em>\u201canche quando una palla \u00e8 dubbia per te che sei nero \u00e8 dentro o fuori a seconda di quello che conviene al bianco, quindi prendile e giocale tutte.<\/em>\u201d, cos\u00ec gli diceva il suo vecchio coach Johnson. Prese sempre cos\u00ec sul serio quelle raccomandazioni e quello stile di vita che una volta ad una conferenza stampa dichiaro che la cosa che gli sarebbe piaciuta di pi\u00f9 era <em>\u201d\u2026poter fare lo stronzo in campo, per una volta.\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Ma veniamo a quella finale di Wimbledon 1975 che rester\u00e0 per sempre nella storia: <strong>Arthur Ashe entra in campo con la giacca della nazionale Americana<\/strong>, quella della Coppa Davis, voleva mandare un messaggio a Connors, che non poteva indossare quella giacca perch\u00e9 non faceva parte della squadra di Davis fino ad allora. Voleva ruggire pi\u00f9 forte del suo avversario. Fu una mossa psicologica. E fu una mossa vincente, fin dall\u2019inizio. Connors appariva pi\u00f9 nervoso del solito e meno determinato nei momenti cruciali del match. Ashe vinse i primi due set, imbrigliando il gioco dell\u2019avversario, con continue discese a rete che Connors non riusciva a contenere. Ashe chiudeva punti su punti e i passanti o i pallonetti difensivi di Connors sembravano inceppati. Ad un certo punto uno spettatore grid\u00f2 a Connors \u201c<em>dai Jimmy!\u201d,<\/em> lui rispose aggressivamente <em>\u201cci sto provando, Cristo!\u201d. <\/em>Ashe approfittava di ogni pausa per restare concentrato, quella partita determin\u00f2 uno stato di \u201cflow\u201d (di grazia, diremmo in italiano), il focus sull\u2019incontro era al 110%, e ad ogni cambio di campo Ashe si metteva in testa un asciugamano per isolarsi e mantenere la concentrazione. E\u2019 un gesto che oggi vediamo spesso, ora che la cultura del mental tennis si sta man mano (ma a fatica) diffondendo. Allora per\u00f2 era davvero il simbolo di una massima capacit\u00e0 di stare sul pezzo. Martina Navratilova, una che di tennis se ne intende disse che vedendo quella prestazione di Ashe si capiva benissimo cosa intendessero gli psicologi applicati al tennis quando chiedevano<em> \u201cfreddezza e al contempo attivazione massima\u201d<\/em>. Artur si trov\u00f2 avanti di 2 set, prima che la belva ferita Connors si risvegliasse. Il quarto set per\u00f2 consegn\u00f2 ad Ashe il trofeo, e l\u2019ingresso nella storia come primo e finora unico vincitore di colore del torneo di Wimbledon.<\/p>\n<p>Dopo questa vittoria, Arthur Ashe si sposa con la <strong>fotografa Jeanne Moutoussamy<\/strong> nel 1977 e la coppia adotta una bimba, che i due chiamano <strong>Camera<\/strong> in onore della professione della neo-mamma. Arthur amer\u00e0 Camera pi\u00f9 di chiunque, ma nel 1979 la sua carriera sportiva si interrompe bruscamente: <strong>ha un infarto e si deve sottoporre ad un intervento chirurgico<\/strong>. Gli vengono applicati 4 by-pass, non pu\u00f2 pi\u00f9 affrontare lo stress del gioco in campo. Diventa comunque capitano della squadra di Coppa Davis dal 1980 al 1985, vincendo 2 volte il titolo, ma nel suo fisico sembra che qualcosa continui a non funzionare<strong>. Cos\u00ec nel 1988 sua moglie e il suo agente Donald Dell gli consigliano di farsi delle analisi<\/strong>. Racconter\u00e0 Donald Dell anni dopo<em>:\u201d Pensavamo potesse avere un tumore al cervello, perch\u00e9 aveva spesso giramenti di testa o cose del genere. Facemmo gli accertamenti in tale direzione ma risultarono negativi. Per\u00f2 poi mi chiam\u00f2 la moglie di Arthur per dirmi che lui voleva parlarmi. Mi disse che i medici erano stati chiari, Arthur Ashe, il pi\u00f9 grande tennista nero, aveva l\u2019Aids. Se l\u2019era preso durante una trasfusione di sangue all\u2019Harlem Hospital nel 1983, in occasione del secondo intervento al cuore. E c\u2019era di peggio: non era solo positivo all\u2019HIV, ma era AIDS conclamato.\u201d<\/em><\/p>\n<p>Ashe decide di affrontare questa notizia a modo suo, cio\u00e8 quietamente; per 4 lunghissimi anni solo pochi amici vengono messi al corrente della questione. <strong>Nel 1992 per\u00f2 un giornalista nero di Usa Today riceve una soffiata che riguarda la salute del campione afroamericano<\/strong>. La testata giornalistica chiama Arthur, lo mette al corrente che la notizia sta per essere pubblicata. A quel punto ad Arthur Ashe non resta che convocare una conferenza stampa, che rester\u00e0 nella storia, per comunicare lui stesso la notizia al mondo. Si apre cos\u00ec negli Stati Uniti un feroce dibattito sulla privacy e la libert\u00e0 di stampa. Ashe si sent\u00ec violato nella sua intimit\u00e0, soffr\u00ec tantissimo per non aver potuto tenere per s\u00e9 e per i suoi cari quella terribile notizia. Ma come sempre nella sua vita reag\u00ec moltiplicando le forze. Diede vita cos\u00ec alla sua ultima battaglia, quella in favore dei malati, per i quali fond\u00f2 la <strong>Arthur Ashe Institute for Urban Health<\/strong>, per aiutare quelle persone impossibilitate a curarsi per motivi economici e sociali, che gli valse la copertina come sportivo dell\u2019anno di Sport Illustrated. Raccolse la bellezza di 10 milioni di dollari, ma la cosa pi\u00f9 importante fu che aiut\u00f2 le persone malate, non solo di AIDS, a non rinchiudersi nel loro guscio. Dovevano lottare, potevano farlo e vivere degnamente anche con una malattia. L\u2019ennesima dimostrazione di resilienza.<\/p>\n<p>L\u2019ultima apparizione in pubblico fu durante il Connecticut Forum sull\u2019AIDS nel 1993 dove invia un video, non potendo partecipare fisicamente: ancora una volta fa un appello per sensibilizzare i giovani sull\u2019AIDS.<\/p>\n<p>Il 6 febbraio 1993 alle 3.15 Arthur Ashe, una delle pi\u00f9 grandi icone nere della storia, muore a causa di una polmonite ed altre complicazioni dovute al suo stato di salute minato dall\u2019AIDS. La parabola terrena del campione afroamericano si chiude a 49 anni, dopo aver lottato per le sue idee fino agli ultimi giorni. Solo poche settimane prima di morire aveva manifestato a favore dei fratelli Haitiani.<\/p>\n<p>NDR: Nel 2013 lavoravo ad Avezzano (AQ) per una azienda che si chiamava Nexive e vivevo in un appartamento con 2 colleghi. Una sera tornando a casa confidai a questi due colleghi, , che intendevo scrivere un focus su Arthur Ashe. \u201cChi \u00e8?\u201d mi chiese uno, mentre l\u2019altro conosceva. Quando gli raccontai pi\u00f9 o meno la storia del campione afroamericano mi dissero in coro \u201cvuoi scrivere di un negro? Con tanti campioni di tennis proprio di un negro vuoi scrivere?\u201d. Dissero proprio cos\u00ec, ed io me la presi un pochino. I giorni successivi ero scocciato e non ci rivolgemmo parola. Loro a mo\u2019 di scherno incontrandomi sussurravano la parola \u201cradici\u201d, alludendo allo sceneggiato di fine anni 80 che raccontava la storia dello schiavo Kunta Kinte. Poi un giorno Croce cerc\u00f2 di placare la mia ira, facendo forse peggio: \u201cehi mi disse, guarda che scherzavamo eh. Il fatto \u00e8 che comunque i negri non sono adatti al tennis, il tennis \u00e8 uno sport di concentrazione, loro sono buoni per correre e saltare. Dai, \u00e8 cos\u00ec\u201d. Ed \u00e8 per onorare la memoria di Arthur Ashe e di tutti quelli che hanno lottato e lottano ancora contro i pregiudizi di persone ignoranti e di poco spessore umano come quei 2 ex colleghi, che a distanza di 4 anni ho deciso di scrivere questo articolo.<\/p>\n<p>Autore\u00a0 <a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/profile.php?id=100012228130552\">Alessandro Zijno<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci sono diversi tipi di tennisti, i fenomeni tecnici come Roger Federer, i lottatori come Rafa Nadal, coloro che hanno cambiato la storia del tennis giocato imponendo nuove strategie, come Bjorn Borg o John Mc Enroe, e poi ci sono quelli come Arthur Ashe. 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